Ricerca o rinuncia?

Siamo abituati ad intendere il minimalismo, come l'equivalente del descrivere, rappresentare o possedere meno cose. In realtà il minimalismo è più una tendenza, un criterio attraverso il quale agire e destinare le nostre risorse esclusivamente a ciò che è essenziale.

Il minimalismo è in qualche modo, il tentativo occidentale di dare un nome a quell'esigenza interiore di fare "pulizia" nella propria vita, che in Oriente ha a che fare con lo Zen.

Ma mentre il minimalismo è emerso in Occidente in un'epoca tutto sommato recente, lo Zen ha da sempre connaturato in sé questo stile. A partire dall'imporre al Monaco, la rinuncia al superfluo riducendo i suoi beni alla tunica ed alla ciotola per bere e mangiare.


Nell'Arte occidentale il minimalismo non lo concepiamo come una azione di rinuncia, ma piuttosto di ricerca di stile che talvolta può lasciare spazio al superfluo, purché rispetti criteri di essenzialità. Nel Sumi-e invece, la rinuncia ritrova il suo peso, proprio come nella dottrina Zen a cui appartiene.


Praticare il Sumi-e infatti, è allenarsi a far emergere una capacità di lasciare andare e di rinuncia. Riuscire attraverso l'esercizio, a sviluppare la dote della concentrazione e del non attaccamento al desiderio di un risultato e lasciare che in questo flusso, pochi segni di inchiostro rendano possibile una visione completa e totale attraverso gli occhi della mente, dando vita ad una suggestione potente e profonda che in qualche modo, ha il gusto dell'illuminazione.


La sua semplicità è talmente palese da risultare difficile nel riuscire a metterla in atto.

Occorre abbandonare abitudini, atteggiamenti e false credenze, per abbandonarsi a lasciare che l'incontro del pennello con la china, la carta e il nostro movimento, si fondano in un equilibrio totale. Senza cedere alla tentazione di governare il processo.


Si tratta di trovare il piacere nella pratica in sé al di là di un risultato.

Si tratta di studio, applicazione e ripetizione fino a disinnescare il proprio ego per dare vita ad una fusione di tutti gli elementi che compongono la pratica: il pennello, la china, la pietra, la carta e la nostra identità allo stato puro e quindi non condizionata dal nostro ego, che tendenzialmente non è molto incline alla rinuncia.


Il prossimo weekend del 6 e 7 febbraio, orario 14 - 15.30 staremo nuovamente insieme per il Sumi-e Experience Workshop sul tema del Fiore di Ciliegio, un soggetto pregno di significati e di simbologie nella cultura Giapponese. A questo link puoi iscriverti e ti ricordo che puoi tornare a frequentarlo gratuitamente se lo hai già fatto ( scopri tutto).


Ti saluto con questa storia che descrive in forma narrativa i concetti che ti ho proposto.

Ti aspetto

Filippo


Un giorno un facoltoso signore andò da un pittore specializzato in sumi-e; questa tecnica di pittura, che usa la china sul foglio inumidito, non permette ne’ esitazioni ne’ ripensamenti, ma un maestro può dare mille sfumature di grigio alla sua pennellata e realizzare opere di estrema raffinatezza.

Il signore voleva un dipinto raffigurante un’anatra; il pittore acconsentì e dopo essersi accordati sul prezzo, diede appuntamento al cliente dopo un mese. Allo scadere del tempo il signore si presentò alla bottega, ma il pittore parve non ricordarsi di lui: “un’anatra? Ordinata a me? Oh, certo, è nella lista delle commissioni; Lei mi dovrà scusare, ma prima io, poi mia moglie ed i piccoli siamo stati malati ed io sono rimasto molto indietro col lavoro. La prego di tornare tra quindici giorni”.

Dopo due settimane il signore si recò di nuovo allo studio dell’artista: “ Eccellenza! Certo mi ricordo di Lei! Come no! L’anatra! Ci siamo quasi, mi deve scusare, sa, ma ho dovuto recarmi nel nord per importanti affari di famiglia. Abbia pazienza, torni fra una decina di giorni e gliela farò trovare”.

La volta successiva fu una nuova scusa e la richiesta di tre giorni, poi il signore venne pregato di tornare l’indomani.”Ancora lei con la sua dolce insistenza! Ma sa che ormai non riesco più a pensare ad altro? La sua anatra mi ossessiona!” cosi’ parlando il pittore aveva disposto un foglio sul tavolo e l’aveva inumidito con una spugna, poi, sempre chiacchierando, aveva stemperato la china ed impugnato il grande pennello, con pochi tratti sicuri, aveva delineato un’anatra. Altri tratti e due ultime pennellate complesse, simili al vibrato di un violino, avevano infuso solidità e vita ad una splendida anatra, che sembrava essersi appena posata sull’acqua rallentando i movimenti per una pigra nuotata.

La fine del disegno era coincisa mirabilmente con la fine delle parole ed il disegnatore consegnò il foglio ancor fresco al cliente con un gesto elegantemente modesto. Il cliente era sorpreso, ma anche sbalordito e sul suo viso era anche troppo trasparente il pensiero di quanto avesse dovuto aspettare per un disegno veramente mirabile, ma che si poteva fare in cosi’ poco tempo, sicché, balbettando, si decise a chiedere al pittore una spiegazione.

“Non dovrei proprio parlarne, ma lei mi è simpatico e poi penso di doverle qualcosa, avendola fatta aspettare così a lungo”. Condusse quindi il cliente nel retrobottega: dal pavimento al soffitto, questo era tappezzato di migliaia di schizzi di un’anatra.



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