La nuvola nel foglio
L’11 ottobre di cent’anni fa, a Huế, in Vietnam, nasceva Thich Nhat Hanh, che chi lo ha seguito chiama semplicemente Thay, Maestro.
A Plum Village, la comunità che ha fondato in Francia, il compleanno lo chiamano giorno di continuazione, e a me questa cosa piace tantissimo, perché dice in due parole quello che lui ha insegnato per tutta la Vita: che niente finisce davvero, tutto cambia forma e continua in qualcos’altro.
Tutti e tutte noi, in fondo, viviamo un po’ di corsa.
Beviamo il caffè pensando alla giornata, camminiamo pensando a dove dobbiamo arrivare, e la mente intanto fa il suo lavoro con grande impegno, perché ha paura di perdere il comando e allora ci porta sempre un passo più in là, un’ora più avanti, (e nel frattempo, magari, ha già controllato il telefono un paio di volte).
Thay aveva un modo molto semplice di riportarci qui.
Diceva di guardare un foglio di carta finché ci si vede dentro una nuvola, perché senza nuvola non c’è pioggia, senza pioggia non cresce l’albero, e senza albero il foglio non esiste. In quel foglio c’è il sole, c’è chi ha tagliato il legno, c’è il pane che ha mangiato quella mattina.
Lui la chiamava interbeing, che in italiano è diventato interessere, e io la trovo una delle immagini più belle che conosca.
Va da sé che a chi pratica il Sumi-e questa immagine arriva dritta alle mani.
La carta che usiamo viene da una pianta e da un torrente, l’inchiostro dalla fuliggine del pino, la pietra su cui lo sciogliamo da una montagna. Quando ci sediamo al tavolo e il nero si apre nel bianco, sul foglio ci sono un sacco di vite che si incontrano, e la nostra è solo una di queste.
Thay negli ultimi anni ha anche preso il pennello, e ha scritto calligrafie di poche parole, come respira, sei vivo. Sono segni semplici, a volte quasi da bambino, fatti respirando dentro ogni tratto. Guardandoli mi sono detto che il segno più bello è quello fatto con più presenza, e che la mano diventa leggera quando smette di voler fare bella figura.
Praticare il Sumi-e, in buona sostanza, significa proprio questo: stare con il pennello, con il respiro, con il foglio, adesso. È una cosa semplice, e questo non vuol dire che sia facile, perché la mente torna sempre a tirarci per la manica.
Va bene così, la abbracciamo e torniamo al gesto.
Poi questa cosa la portiamo nella giornata, nella tazza di tè bevuta sapendo di berla, nei passi fatti sentendo il piede che tocca la terra, nella persona che abbiamo davanti guardata davvero.
E tu, quando è stata l’ultima volta che hai bevuto qualcosa solo per berlo?
Io questo centenario lo voglio festeggiare così, con un caffè lento e un cerchio d’inchiostro tracciato in un respiro, storto quanto basta. Se ti va di farlo anche tu, in quel cerchio ci sarà la nuvola, ci sarà l’albero, ci sarai tu, e ci sarà anche lui, che in questo modo continua.
Un abbraccio,
Filippo






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