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Abitare questo tempo

Abitare questo tempo così complesso è davvero difficile, e non perché manchino strumenti o parole, ma perché è una scelta che scricchiola quotidianamente, che si rinnova ogni giorno senza mai diventare automatica. È una scelta che chiede di essere fatta nel concreto, nei gesti più piccoli, nelle parole che scegliamo, nell’attenzione che mettiamo in ciò che facciamo e nel modo in cui lo facciamo.

Ovunque volgiamo lo sguardo emergono immagini dure, storie che pesano, dolori che chiedono ascolto e spazio. Tutto questo non resta fuori da noi, non rimane confinato ai margini della nostra esperienza: entra, si muove dentro, attraversa il corpo e il cuore, modifica il nostro tono interno anche quando non ce ne accorgiamo.

Vivere questo tempo significa fare i conti con una densità che non si può ignorare, con una frequenza che spesso è bassa, cupa, faticosa.


È naturale sentirsi scossi mentre si cerca equilibrio. È naturale desiderare armonia senza per questo diventare indifferenti, così come è possibile restare aperti anche quando ciò che si vede fa male. La presenza, in questo senso, non è un’idea né una postura morale, ma una pratica viva, concreta, profondamente incarnata. Influenza lo spazio che condividiamo, il campo relazionale in cui siamo immersə, il modo in cui entriamo in contatto con ciò che accade.

La presenza si sente. Si sente nel modo in cui ascoltiamo, nel modo in cui attraversiamo ciò che succede, nel modo in cui scegliamo di restare umanə anche quando tutto sembra spingere verso la chiusura, la difesa, l’irrigidimento.

È qui che la domanda cambia, quasi senza che ce ne accorgiamo.

Non diventa come faccio a non sentire, ma come scelgo di stare.

Come stare in mezzo a un fiume in piena senza irrigidirsi e senza farsi travolgere?

Come restare presenti senza perdere il radicamento?

Come tenere il cuore aperto senza smarrirsi o dissolversi?

È un equilibrio sottile, fatto di ascolto, di corpo, di respiro. Radicarsi, respirare, sentire, restare non sono istruzioni, ma movimenti interiori che si apprendono nel tempo, attraversando.


La qualità della nostra presenza ha un peso reale.

Può appesantire o alleggerire il campo intorno a noi, può irrigidire oppure creare spazio, può aggiungere tensione oppure offrire un appoggio silenzioso. La pace, in questo senso, non serve a fuggire dal mondo né a negarne la complessità; serve a non aggiungere violenza alla violenza, a non amplificare ciò che già ferisce.

Esiste una pace preziosa che nasce dal radicamento, dal corpo che sente e dal cuore che resta aperto. È una pace che non fa rumore, che non si impone, che non cerca visibilità. Restare in armonia diventa allora un gesto profondo, silenzioso, umile, radicato.

Non un atto eroico, ma una scelta quotidiana.


È così che si attraversano i tempi difficili: con presenza, con dignità, con cuore.

Il mio lavoro nasce qui, nel mondo, con i piedi ben piantati nella realtà e uno sguardo capace di profondità. Nasce come pratica quotidiana di presenza, di relazione, di appartenenza, come forma di cittadinanza interiore che non separa il cammino personale da ciò che accade intorno. È un modo di abitare questo tempo senza sottrarsi e senza irrigidirsi, restando in contatto, restando vivi.


E tu, come stai scegliendo di stare dentro questo tempo?


Filippo


 
 
 

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