Una delle storie più belle del mondo

Sperando di poterci incontrare il prima possibile, i miei auguri per questa Pasqua così insolita li voglio fare attraverso questo scritto di Marguerite Yourcenar del 1977 ed ovviamente anche attraverso piccole pennellate.


"SEQUENZA DI PASQUA:UNA DELLE PIU BELLE STORIE DEL MONDO"

Tralasciando, almeno per un momento, le cerimonie e i riti della più santa delle settimane cristiane, vorrei provarmi a sceverare dai testi sacri che si leggono in chiesa, ma che non sempre si intendono, gli elementi che ci sconvolgerebbero se li trovassimo in Dostoesvkij, in Tolstoj, o in qualsiasi biografia o cronaca sulla vita di un grand'uomo o di una grande vittima.


Insomma, lo svolgimento di una delle più belle storie del mondo.

Un prologo quasi ironico: un gruppo di gente modesta giunge nella capitale col proprio maestro prediletto, acclamato da quella stessa plebaglia che, di lì a poco, doveva dileggiarlo. Una frugale cena di festeggiamento: un traditore sospettato a i dodici commensali; un ingenuo che proclama a voce alta la propria dedizione e che sarà il primo ad avere un momento di debolezza; il più giovane e il più amato appoggiato con una certa indolenza sulla spalla del maestro, ammantato com'è, forse, di quel guscio dorato che spesso protegge la giovinezza; il maestro, isolato per la sua sapienza e prescienza in mezzo a questi ignoranti e deboli che sono però quanto di meglio ha trovato per seguirlo e continuare la sua opera.


Scesa la notte, il maestro, ancora più solo in questo angolo di frutteto che domina la città dove tutti, tranne i suoi nemici, lo hanno dimenticato: le lunghe ore buie in cui il presentimento si muta in angoscia; la vittima che prega affinché la prova attesa gli venga risparmiata, ma è anche consapevole che non può essere evitata e che, "se dovesse ricominciare", ripercorrerebbe lo stesso cammino; "l'anima eterna” che osserva il suo voto "nonostante la notte solitaria”. (Che Aragon e Rimbaud ci aiutino a comprendere Marco o Giovanni.)


Mentre egli soffre, gli amici dormono, incapaci di avvertire l'urgere del momento.

"Non potete vegliare un poco con me?"

No: non possono; hanno sonno e colui che li chiama non ignora del resto che verrà il giorno in cui anche questi infelici dovranno soffrire e vegliare.

L'arrivo della truppa, che si appresta ad arrestare l'accusato. Il focoso difensore che rischia di peggiorare ancora le cose e quasi subito si perde di coraggio.

Le due istituzioni, l'ecclesiastica e la laica, anche se imbarazzate, che si ripassano l'imputato; l'eterno dialogo dello zelo e dello scetticismo, che sono complementari l'uno all'altro: "Chiunque ami la verità mi ascolti. - Che cos'è la verità?"


L'altissimo funzionario sfinito, che vorrebbe proprio lavarsi le mani di questa faccenda, lasciando alla folla la scelta del prigioniero destinato ad essere liberato per la festa imminente e la scelta cade, com'è naturale, sul divo del crimine e non sul giusto innocente.

Il condannato, insultato, percosso, torturato da bruti ottusi di cui non pochi sono probabilmente buoni padri di famiglia, buoni vicini, bonaccioni, costretto a trascinare il palo del proprio patibolo, come nei lager, a volte, i prigionieri si portano dietro la pala per scavarsi la fossa. Il gruppetto di amici rimasti accanto al suppliziato, accettando l'umiliazione e il pericolo in cui incorre la fedeltà. I diverbi tra le guardie che si disputano la veste vacante, come in tempo di guerra i compagni di un caduto il suo cinturone e le scarpe.

La tenerezza che traspare sotto forma di raccomandazioni ai propri cari, da parte di un essere troppo preso dalla propria missione per pensare granché a loro:

il morente che dà per figlio alla madre il suo migliore amico.

(Cosi, anche al giorno d'oggi, in tutti i paesi, le ultime lettere di condannati a morte e di soldati che partono per una missione da cui non si torna, piene di consigli sul matrimonio della sorella o la pensione della vecchia madre.)

Lo scambio di parole con un condannato di diritto comune in cui si è riconosciuto un uomo di cuore; la lunga agonia al sole, al vento agro, alla vista della folla che, a poco a poco, si disperde perché la faccenda non accenna a finire. L'esclamazione che sembra indicare, perché tutto sia compiuto, che la disperazione è uno stato attraverso cui bisogna passare. "Perché mi hai abbandonato?"

E, nello spazio di poche ore, questa povera gente otterrà per il proprio morto la carità di una tomba e le sentinelle (si sospettano assembramenti) dormiranno addossate al muro come poche ore prima accanto al vivo angosciato gli umili compagni stanchi.

E che cosa ancora?

Le ore, i giorni, le settimane che scorrono poi tra lutto e fiduciosa attesa, tra fantasma e Dio, in quella atmosfera crepuscolare ove niente è assolutamente sicuro, accertato, probante, ma dove passa la corrente d'aria dell'inesplicabile, come in talune pietose relazioni tenute in certe società per l'avanzamento delle scienze psichiche, tanto più conturbanti quanto più sconclusionate.

L'ex prostituta venuta al cimitero a pregare e a piangere, e che crede di riconoscere la persona perduta nei tratti del giardiniere. (Che nome più bello dare a colui che fa spuntare tante sementi nell'anima umana?)

E più tardi, quando l'emozione, come dicono i rapporti di polizia, si è un poco placata, i due fedeli che camminano lungo una strada, raggiunti da un simpatico viaggiatore che accetta di sedere a tavola con loro alla locanda e scompare nel momento in cui si dicono che è Lui.


Una delle più belle storie del mondo termina con questi riflessi di una Presenza,

alquanto simili a nuvole ancora colorate dal sole sceso sotto l'orizzonte.

"Mi sentirei più vicino a Gesù se fosse stato fucilato anziché crocefisso", mi diceva un giorno un giovane ufficiale che aveva fatto la guerra di Corea.

Proprio per lui e per tutti coloro che non riescono a ritrovare l'essenziale sotto ciò che potremmo chiamare gli accessori del passato, mi sono arrischiata a scrivere quanto precede.


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